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L’anello del Libro Aperto: Appennino modenese

Non ci sono solo le Dolomiti, ma anche l’Appennino Modenese, più vicino e accessibile, e un trekking a me caro: l’anello del Libro Aperto. Questo, per la mia famiglia è IL GIRO, quello per cui mio babbo ci ha trifolato l’anima per anni quando ero piccola e mia madre non aveva mai voglia di andarci. Alla fine ho dovuto portarcelo io mio babbo, qualche anno fa. Altrimenti non ci sarebbe mai salito, sul Libro Aperto.

Non è che sia chissà che, ma forse è il sentiero più interessante in questa parte di Appennino, soprattutto durante la famosa fioritura dei rododendri decantatissima dai cartelli illustrati ai rifugi. L’avessi mai vista una volta in vent’anni. Ma è colpa mia che sbaglio sempre il periodo.

#diariomontano08

Partiamo dunque ben attrezzati dalla base con panini, acqua e crema solare. Non ci sono rifugi una volta lasciata l’auto, solo qualche fontana a tratti secca. Meglio riempire bene le borracce ai Taburri, dove parcheggiamo.

Info utili

I Taburri sono una ridente località situata appena sopra le cascate del Doccione, ampiamente segnalate fin dalla statale. Lasciato Fanano si prosegue per Fellicarolo e si continua finché la strada non diventa bianca e poi termina in uno spiazzo adibito a parcheggio, con un bel rifugio rinnovato da poco e alcune case.

Oltre non si va. Siamo a 1233 metri di altezza, davanti a noi si aprono le montagne e se riuscite ad andare oltre i campeggiatori che già alle 10 hanno tirato fuori carbonella e salsicce ce l’avete fatta.

Libro Aperto Earth

Nel bosco

Prendiamo il sentiero con segnavia 445 in direzione ovest. Per intenderci a destra, lungo la strada. In breve si passa il torrente su un piccolo ponte. Questa sembra una banalità ma è molto importante. Una volta, affidati all’esperta guida del genitore 2, abbiamo imboccato il sentiero dalla parte opposta e siamo finiti sul Monte Lancio. Bello eh, ma insomma… Lo vedevo anche da casa mia quello…

Bosco di Serralta
Magie della postproduzione, in realtà era buio pesto

Dunque, il sentiero 445 che attraversa il torrente su un piccolo ponte e prosegue in salita nel bosco. Si sente il fragore del Doccione sotto di noi, le cascate non distano molto da qui, ci passiamo praticamente sopra anche se non le vediamo. Dopo un po’ di fatica arriviamo in una radura con alcune case. Siamo a Serralta, un paese fantasma come i tanti che infestano i boschi appenninici.

Serralta è segnato come luogo di interesse storico e infatti è molto suggestivo. È diviso in due parti a seconda della sponda del torrente su cui insistono le case. Ci sarebbe una fonte, segnalata sulla carta: se è una buona annata ci sarà acqua e si potrà bere.

Serralta
Serralta di qua, Serralta di là

Verso il crinale

Continuiamo nel bosco seguendo il sentiero in salita, il 435, molto ripido nel primo tratto ma che poi spiana leggermente quando gli alberi iniziano a diradarsi. Sembra uno di quei meme “tranquillo che poi spiana”. Giudicate voi se è vero.

Compiamo alcuni tornanti per aggirare una formazione rocciosa su cui infine saliamo. È il Pizzo delle Stecche. Anche lui si sbriciola sotto i nostri piedi, come tutta l’arenaria appenninica che calpestiamo da queste parti.

Oltre il pizzo il sentiero si infila in una vallata lussureggiante con diverse aree dove l’acqua ristagna, formando quasi una torbiera. Qui dovrebbero esserci i famosi rododendri che fioriscono a luglio, in teoria. Mai andata a luglio, ovviamente.

Pizzo delle Stecche
Il bello del sentiero è il limitare del bosco

Salita al Libro Aperto

Oltre la piana il sentiero inizia a salire per le pendici della montagna, prima in costa e poi in modo sempre più deciso, avvicinandosi alla vetta del Libro Aperto. Nell’ultimo tratto si prende il sentiero numero 433 che è quello che arriva dai Sassi Bianchi e conduce in cima al primo sasso del Libro Aperto.

La vetta infatti è doppia e per salire su entrambe si percorre un breve e stretto tratto in cresta (sentiero 447) e si sale aiutandosi con una corda sul massiccio più alto.

Piana del Libro Aperto
Anche qui non mancano i piumini

Info utili

Il sentiero è segnato a crocette, quindi in teoria difficile per esperti, ma ho visto gente salire in scarpe da ginnastica, è giusto una questione di vertigini. Se proprio non ve la sentite, c’è tutto il sentiero che scavalla prima della vetta e prosegue a mezza costa fino alla fine dei sassi (433+435+80), dal lato toscano del crinale.

Oh, siamo in cima. Da qui il Cimone sembra a uno sputo, con la sua bella nuvoletta onnipresente a fare ombra alla stazione dell’Aeronautica. Si vede anche una discreta fetta di crinale di confine, fino al Corno e oltre, e si vedono tutte le montagne e le colline toscane, da cui arrivano le nuvole. Il vento infatti si fa sentire, una volta arrivati sullo spartiacque. Credo si registrino massimo due giorni all’anno con vento assente, sul crinale. Non è uno di questi.

Monte Cimone
Poveretti, magari su alla base vorrebbero anche prendere il sole ogni tanto

E giù dall’altra parte

Ci mettiamo le giacchette antivento e proseguiamo. Puntiamo decisi verso il basso, alla nostra sinistra, lungo il crinale sul sentiero di confine numero 00 come una farina macinata molto fine. C’è un po’ di ghiaia, viaggiamo col freno tirato per non scivolare.

In breve siamo sul pari e arriviamo ad un altro bivio, che imbocchiamo abbandonando il vento che ci ha frustato finora la parte destra del corpo.

Prendiamo il sentiero numero 431A e poi 431, che piega a sinistra e ritorna un po’ indietro, per seguire la linea del terreno, buttandosi nei pratoni a mirtilli. Ci fermiamo occasionalmente a mangiare un po’ della nostra quota frutta della giornata.

Giunti in fondo al vallone il sentiero fa una curva prima di infilarsi nelle frasche, aggirando un torrentello con una fonte (un tubo che esce dalle rocce). Oggi c’è acqua ma mi è anche capitato di trovarla secca, a fine estate.

Superata la fonte si aggira qualche cespuglio e si percorre in costa un lembo di montagna spoglio, a pietra viva sbriciolata, e poi si scende nel bosco.

Mirtillaie sotto al Libro Aperto
Se è rosso, allora è mirtillo

Chiudiamo l’anello

La faggeta ci accoglie con diversi esemplari secolari, alcuni secchi e altri invece molto floridi. In particolare ce n’è uno, in una radura prima di infilarsi nel bosco buio, il cui tronco è larghissimo e dritto, ideale per essere abbracciato. Sì, ogni tanto mi piace anche abbracciare gli alberi.

Il bosco comincia a scendere, con un sentiero abbastanza ripido e intagliato nelle radici affioranti. La pendenza continua ad aumentare fino ai tornanti finali sopra al torrente, che si oltrepassa in più punti prima che diventi grosso. Infine si arriva nuovamente sulla strada 445 che abbiamo preso all’andata, dal lato destro del Doccione, che ci riconduce ai Taburri. E anche oggi l’abbiamo portata a casa.

Tempistiche

I tempi sono un po’ casuali, non ho mai tenuto conto gran ché dei parziali visto che ho fatto più volte i sentieri in direzioni diverse e con varie compagnie, però non c’è niente di spaventoso sul percorso. Si sta fuori la giornata, non si rischia niente se si fa tardi.

Indicativamente si arriva al Libro Aperto in circa 3h30, mentre il sentiero in discesa è più corto anche come distanza. In genere lo percorro in questo senso poiché la salita alla vetta è più bella così. Se salite dal 431 e poi fate lo 00 al contrario, arrivate subito sul sasso alto e per proseguire o saltate giù dal sassone su quello di sotto oppure lo aggirate passando sottocosta da dietro.

È una piccola deviazione che porta via una decina di minuti, niente di grave, ma mi sbrocca tutto il giro circolare per le vette, quindi lo faccio solo così. E pazienza se il 431 è ripido e a scendere si smontano un po’ le ginocchia. Non siamo sulle Alpi, si fa tutto.

Questo era il primo articolo scritto sull’Appennino Tosco-Emiliano. Ce ne sono altri diciassedici però, quindi guardate pure in archivio!

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