#diariomontano09

Eccoci dunque quasi a metà del nostro tragitto, ma il meglio deve ancora venire. Stiamo infatti per cambiare valle e dirigerci verso il Parco delle Tre Cime, passando prima per il terrazzo più bello da cui ammirare il mondo. E ci andremo seguendo una vecchia via intagliata nella roccia, che si inerpica senza senso apparente sul fianco della montagna.

Rischieremo anche qualcosina, lungo il nostro percorso, ma ne vale ampiamente la pena. Se volete sapere dove stiamo andando non dovete fare altro che proseguire insieme a me questo viaggio.

Se invece vi siete persi le tappe precedenti e non ci dormite la notte, le potete recuperare agilmente qui:

Tappa 1. Dal lago di Braies al Rifugio Biella.

Tappa 2. Dal Rifugio Biella al Rifugio Vallandro.

Tappa 3

Quando ci svegliamo dopo una riposante notte al Vallandro quella che vinciamo in sorte è una splendida giornata tersa, di quelle col cielo lavato dalle piogge. Ci rifocilliamo e ci lanciamo fuori: il panorama che si apre sull’alpeggio di Pratopiazza è a dir poco spettacolare.

Finalmente riusciamo a vedere le cime che il giorno prima, a causa di un acquazzone, avevamo solo immaginato. Insacchettiamo quindi tutte le nostre cose e dopo una lauta colazione ci mettiamo in marcia sul sentiero/strada numero 37.

La strada parte da sotto il forte austriaco, che scende dalla parte opposta della vallata rispetto a quella da cui siamo saliti, e va verso Carbonin. Si tratta di una piacevole passeggiata nel bosco di circa un’oretta, tra pratoni e macchie di larici e abeti, per una discesa di 700 metri di dislivello ben bilanciata. Praticamente un buon risveglio muscolare.

Panorama dell'altopiano di Pratopiazza
Al, le verdi valli in fior...

Rifugio Vallandro
Rifugio Bosi al Monte Piana

Difficoltà Media-Difficile
Tempo di percorrenza 5h10
Dislivello in
salita
900 metri
Dislivello in discesa 700 metri
Sentieri 37, 6B, 6, 111
Carta Tabacco 03 CORTINA D’AMPEZZO E DOLOMITI AMPEZZANE 1:25.000
Rifugi Rifugio VallandroRifugio Bosi

Nella valle di Landro

Giunti a Carbonin, ridente paesello di 3 case sulla statale 51 che dal Passo Cimabanche percorre la valle di Landro verso nord, ci teniamo al lato della strada finché non vediamo un tratturo che a destra si infila nel boschetto adiacente a un placido e limaccioso lago color Dixan, un po’ come il Sorapiss.

Questa valle in inverno è zona da sci di fondo, quindi è pieno di stradine e sentieri che circondano il lago, mediamente segnati. C’è anche una ciclabile lungo il lato sinistro dello specchio d’acqua, che attraversa tutta la vallata. Possiamo percorrere quella per un tratto oppure prendere il sentiero 6B che sta dalla parte opposta del lago e che si raggiunge con le stradine del fondo.

Comunque sia, oggi noi abbiamo scelto di prendere il Sentiero dei Pionieri, quindi dobbiamo arrivare alla partenza dei sentieri dal lato nord del Lago di Landro, che è in corrispondenza di un ponte su un ghiaione. Ce la prendiamo con calma e impieghiamo quasi un’ora per arrivare al ponte, dove imbocchiamo la traccia numero 6, o Sentiero dei Pionieri, contrassegnato anche col cartellino dell’altavia numero 3.

Brandelli di Storia

Questo sentiero (Pionierweg) è stato approntato come mulattiera prima della Grande Guerra e poi rinforzato durante il conflitto dagli jager austriaci, come via d’accesso alla sommità del Monte Piano, linea del fronte. Fu dotato di teleferica che partiva da Landro e in seguito fu approntata una linea elettrica che serviva le baracche e il comando, posti sui fianchi della montagna.

Molte opere e gallerie rimangono ancora oggi a testimoniare quegli eventi, e si possono scorgere in mezzo alla vegetazione, durante la salita. C’è anche un altro sentiero più a sud e un po’ più facile, che arriva sempre sulla sommità del Monte Piana, detto Sentiero dei Turisti. Anch’esso tuttavia presenta alcune difficoltà alpinistiche sotto la cima.

Sul Sentiero dei Pionieri

Questo sentiero è difficile, con tratti alpinistici che richiederebbero l’attrezzatura, ma noi abbiamo deciso di non prenderla perché abbiamo già 10kg di zaino da portarci a spasso e aggiungerne quasi due per affrontare solo due tratti di corda in salita ci pareva un po’ un pacco, diciamocelo. Inoltre la difficoltà maggiore del sentiero si trova più in alto, dove la traccia è parecchio esposta, e lì non c’è nemmeno la corda. Quindi noi andiamo sereni, fiduciosi della nostra stabilità.

Valle di Landro
Vista sulla Valle di Landro

Il sentiero sale in fretta, nel bosco. La traccia parte larga ma poi si restringe parecchio, con occasionalmente i tronchi messi alla traversa a mo’ di gradino. La vegetazione è bassa quindi ci si può guardare intorno e vedere quanto si è saliti dal tornante appena sotto. I tornanti infatti sono molto corti e numerosissimi, e a tratti le massicciate di pietre usate per la costruzione sono in parte crollate, costringendo il tracciato su sentieri più ripidi per aggirare gli ostacoli.

Ne percorriamo una buona parte (più di metà) sudando copiosamente, e finalmente arriviamo ai tratti di corda. Sulla mappa ci sono due crocette sul sentiero tratteggiato, che si traducono in due piccoli salti di quota da fare aiutandosi con le corde piazzate sulle pareti di roccia: niente di drammatico. Uno dei due è un po’ a sbalzo e con pochi appigli, ma noi saliamo agilmente anche con lo zaino pesante, quindi non credo sia spaventoso.

Verso la parte difficile

Superato questo scoglio arriviamo in un tratto che spiana leggermente e si apre su una forra, al sole: siamo su una specie di sperone di roccia, dove si vede qualche resto di quello che doveva essere un grosso accampamento militare.

Legname, lamiera, buchi e segni sulle pareti, fil di ferro, resti di massicciate di fondamenta per le baracche. Questo versante era popolato dagli austriaci, che si accampavano dove potevano sulla parte più scomoda del monte, mentre quella meno scoscesa, il Monte Piana, era occupata dagli italiani (fortunelli).

Continuiamo con il sentiero che serpeggia lungo lo sperone e continua a guadagnare quota, finché non usciamo dalle mughe e non arriviamo sotto la parete di roccia che ci separa dalla cima. Il Monte Piano è infatti un grande panettone a foggia di altopiano (come il nome lascia supporre), con la sommità che si stacca dalla base con un bel salto di quota.

Ora non ci resta che percorrere un tratto in costa, su un sentiero largo almeno un metro e mezzo in ghiaia, completamente esposto sulla valle sottostante.

Info

Se vi state chiedendo perché io scriva a volte Monte Piana e a volte Monte Piano, no, non è un refuso, lo sto facendo apposta. Potete leggere qui, se volete.

Sul Monte Piano

Il Marito mi vieta di fermarmi a fare foto e mi manda avanti, dove può vedermi. Questa è la sua tattica per vincere la paura del vuoto, che a quanto pare finora ha funzionato. Ci incamminiamo dunque sul sentiero, segnato a pallini sulla carta, e percorriamo velocemente tutto il tratto esposto. Giunti dall’altra parte, il sentiero sale ripidamente alcune balze e arriva in cima.

In cima al Monte Piano
Trincee su trincee su trincee su trinc...

Siamo sul Monte Piano, ovvero il Piana austriaco, e siamo letteralmente dentro le trincee della guerra. Il sentiero sale dentro le tracce già segnate e poi si stacca per andare in campo aperto, attraverso i prati della cima del monte. Sul panettone ci sono i prati infatti, e siamo decisamente più in basso rispetto alle altre vette aguzze tutt’intorno, in bella vista. Un terrazzo in pratica, che pare il paradiso in terra.

Tagliamo i prati e oltrepassiamo il confine di regione (bentrovato Veneto!), che un tempo era confine di stato, dove ci sono croci e cimeli, e ci dirigiamo verso la Piramide Carducci, il monumento più significativo sulla montagna. Nei pressi c’è anche il vecchio rifugio, o Capanna Carducci, che è uno dei miei posti preferiti di sempre. Ci buttiamo sul prato e mangiamo, davanti alla meraviglia.

Capanna Carducci al Monte Piana
Vorrei vivere qui. Una vita di caprino e rugiada ok, ma vuoi mettere?

Al Rifugio Bosi

Dopo esserci rifocillati e aver controllato le vesciche che iniziano a comparire nei piedi, ci aggiriamo un po’ per l’altopiano, tra trincee e casematte: c’è un intero museo all’aperto sul Monte Piana, pieno di sentierini attrezzati e non che percorrono tutte le postazioni austriache ed italiane ancora visibili. Ce lo appuntiamo per un’altra volta.

Verso il Rifugio Bosi
Una roba brutta, proprio. Che sogno sarebbe stato passare qui la Quarantena.

Scendiamo quindi verso il Bosi, tenendo il sentiero 111, molto ben tracciato al centro del monte. Il rifugio è molto accogliente, ci sono addirittura delle camere che pare di stare in albergo, e la doccia a gettone. Unica nota inquietante sono gli attaccapanni fatti con le zampe dei camosci ma va beh, ci piace pensare appartengano ad un’altra epoca.

Il cibo è buono e i gestori sono estremamente cordiali e disponibili: questo luogo è la loro vita. Visitiamo anche il piccolo museo di cimeli che c’è dentro al locale. Poi usciamo ad ammirare il tramonto che è semplicemente mozzafiato, anche se senza una nuvola in cielo a dare ulteriore colore. Ma che paesaggio…

Tre Cime al tramonto dal rifugio Bosi
Neanche devo fare la fatica di tornare sul monte, sono nel parcheggio.

Tempistiche

Abbiamo impiegato circa 2 ore e 30 minuti per il Sentiero dei Pionieri, mentre altri 40 minuti in totale relax per arrivare al rifugio, dalla cima del Monte Piano.

Per oggi è tutto, linea alla regia. Se volete ripescare le prime due tappe sono qui:

Tappa 1. Dal lago di Braies al Rifugio Biella.

Tappa 2. Dal Rifugio Biella al Rifugio Vallandro.

Per la prossima tappa, andremo beh, direi che c’è l’imbarazzo della scelta. Si accettano scommesse! Altrimenti, guardate sotto le freccine.

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